Giù, sempre più giù. Scivolava, oppure cadeva?
Freddo, sempre più freddo, sulla pelle, nelle ossa: un freddo penetrante, che entrava nel sangue, poi arrivava dritto fino al cuore, fino all’anima, e congelava ogni cosa al suo passaggio. Eppure Adele non sentiva nulla al di fuori della forza di gravità che la portava sempre più in basso, sempre più infondo nell’oscurità che la circondava e che sembrava non avere né un inizio né una fine. Forse le stava succedendo come ad Alice, pensò, “Sto precipitando… finirò al centro del mondo.. e forse poi troverò un coniglio bianco e lo seguirò…” ma poi si rese conto che, a differenza della bambina del suo libro preferito, conosciuto a memoria, lei non stava andando verso le viscere della terra. Se così fosse stato l’aria avrebbe dovuto diventare più calda man mano che proseguiva nella discesa, e invece la temperatura continuava ad abbassarsi, sempre di più. Dove sarebbe giunta?
Era caduta, non sapeva né come né perché, e ora stava scendendo verso il fondo di quello che sembrava essere un interminabile tunnel; radici, simili a braccia e mani, scure nel buio, quasi la soffocavano, grondando clorofilla che si insinuava lenta sotto i suoi abiti, fino a ricoprirla totalmente. Le mani, le braccia, i capelli e infine anche gli occhi furono inondati da quel liquido ghiacciato.
Non riusciva quasi a respirare, mentre cercava di liberarsi, affogando in quel gelido abbraccio umido che non permetteva scampo. Infine l’aria smise di circolare nel suo corpo e Adele si abbandonò ad uno strano sonno senza sogni. E intanto scivolava.
Trascorse molto tempo prima che potesse riaprire gli occhi; per ore, giorni, forse settimane era rimasta lì ferma, addormentata, e al suo risveglio, prima che le sue iridi si riadattassero alla luce, l’unica cosa che vide fu un diffuso verde silvano che si espandeva tutto intorno a lei.
Fece per portare le mani sul viso, cercando di strofinarsi le palpebre, ma non riuscì a muoversi: corde sottili e strette la legavano tenendola schiacciata sul terreno.
Lentamente cominciò a vedere: sotto di lei c’era erba, erba verde e fresca e poco più distante la vegetazione selvaggia di un sottobosco. Sollevò lo sguardo e vide che sopra la sua testa si estendeva un tetto di rigogliose fronde verdeggianti sorretto da altissime colonne arboree che parevano non aver fine; tuttavia la luce era ancora troppo forte e dopo pochi istanti fu costretta a voltarsi verso un punto in ombra.
Confusa e intontita si guardò intorno, prendendo coscienza poco alla volta del luogo in cui si trovava “Una foresta… Ma come ci sono finita qui?”. Gli occhi si posarono sulla sua mano destra: era di un colore insolito, un pallore diverso, verdastro; sbatté le palpebre più volte, credendo che si fosse trattato di un effetto ottico. Tuttavia il colore non cambiava; più si ostinava ad osservare il suo corpo e più doveva rendersi conto della verità “…Il colore della mia pelle… è cambiato..” realizzò stupita da quel mutamento.
I suoi abiti erano scomparsi, e al loro posto rami di edera rampicante la ricoprivano dalla testa ai piedi, costringendola al suolo e si stringevano attorno a lei in una morsa di lacci quasi soffocante. Come fare a liberarsi? Questo era il problema che in quel momento affliggeva la ragazza, immobilizzata al terreno, che si dimenava come un’ossessa cercando di sottrarsi a quella presa.
Provò a divincolarsi, a strappare con qualsiasi mezzo l’edera che la avvolgeva, ma non ci fu nulla da fare; tentò anche coi denti, ma il suo sforzo fu nullo. Riuscì soltanto a spostarsi dal punto dove si trovava per poi rotolare poco più lontano.
Si trovava nel bel mezzo di un’immensa foresta di alberi secolari, che si estendeva per miglia e miglia in ogni direzione, arrampicandosi su colline e altipiani; era immersa in un fitto sottobosco, in una conca formata da una sporgenza del terreno dove campeggiava una radice cava di quella che sembrava essere una enorme quercia che incombeva sulla sua testa. Appariva come un tronco cavo, ma rovesciato a testa in giù, il cui buco era grande quasi quanto una ruota di automobile. Adele provò a spostarsi per guardarvi attraverso, come se quello fosse il tubo di un enorme cannocchiale; era grande abbastanza per farci passare una persona intera.
Ormai si era rassegnata a quella sua prigione sempreverde che la costringeva a strisciare per spostarsi, constatando con stupore e soddisfazione di non provare alcuna fatica nel muoversi a quel modo, e che anzi, trovava quasi divertente e per certi versi più semplice che camminare. Come un rettile cominciò ad avanzare, ventre a terra, scrutando l’ambiente circostante di quel luogo nuovo nel quale però si sentiva insolitamente a perfetto agio.
Procedeva frusciando silenziosa, sinuosa come un serpente, tra gli sterpi, scivolava sulle pietre e attorno ai tronchi degli alberi annusando l’aria selvatica che saliva dalla terra bagnata e si mescolava all’odore delle piante accarezzate e scaldate dai raggi del sole. Le sue dita tastavano l’erba fresca e quasi umida, affondavano nel terreno e nel fogliame al suolo, lente e calcolatrici, si insinuavano abili e precise scansando rovi e spine. Il suo respiro non si udiva nel silenzio, come il respiro della Natura, che solo a volte è percepibile, e lei, una creatura dall’aspetto irreale, più simile ad un animale o ad una pianta, piuttosto che ad un essere umano, continuava ad avanzare cauta, inebriandosi del profumo che entrava nelle sue narici.
Percepiva i suoi sensi come se prima di allora non avesse mai veramente respirato, udito o osservato: ogni cosa era nuova intorno a lei, e nuovo era il suo modo di sentire tutto ciò che la circondava.
“Questo posto… è così bello.. quasi come un sogno, uno dei sogni che ho sempre desiderato fare: trovarmi in una foresta come questa, immensa, verde e selvaggia… dove la Natura vive e si può udire il suo richiamo.” Adele era sconcertata ma allo stesso tempo uno strano sentimento di gioia si stava facendo strada nel suo animo “Forse è davvero un sogno… anzi, ne sono quasi sicura…. Ma è il più bel sogno che io ricordi.” Aveva ormai totalmente dimenticato di essere ancora legata dai rami di edera, che, se prima le impedivano quasi di respirare, ora, non la infastidivano più: era come se non fossero mai esistiti, e anzi, erano quasi diventati parte integrante di lei stessa.
Continuò a strisciare, il naso rivolto verso l’alto e lo sguardo indagatore; attenta e all’erta si muoveva con sicurezza in quel luogo sconosciuto. “Odore di acqua” si ritrovò a pensare, stupendosi per un attimo di essere riuscita a distinguere quel profumo tra gli altri mille che percepiva “E’ odore di acqua… Sete.. tanta sete”. Un bisogno di bere incontrollabile, quasi primordiale, la spinse a spostarsi più velocemente, in direzione di quell’odore che mano a mano si faceva sempre più intenso. Un rumore si aggiunse, ritmico e leggero, al respiro degli alberi: un fruscio dolce che si intonava perfettamente allo stormire delle fronde mosse dal vento.
Il suono era diventato quasi assordante e l’odore pungente e penetrante, quando giunse finalmente alla loro origine: un piccolo corso d’acqua serpeggiava tra gli alberi, lento, riverberando di qualche sottile raggio di sole che si posava sulla sua superficie. La creatura istintivamente si gettò verso di esso, le labbra protese in avanti in uno sforzo inumano. Bevve. Il liquido fresco e trasparente percorse la sua gola, colando dagli angoli della sua bocca in gocce cristalline che scivolavano veloci sulla pelle liscia e sulle foglie verdi che la ricoprivano.
Una volta saziata la sete rimase ferma dove si trovava, lo sguardo fisso sul ruscello. Ciò che vide la lasciò quasi di stucco: davanti a lei si riflettevano, come su uno specchio, le sembianze di una creatura mai vista. Due occhi del colore del ghiaccio la squadravano, intensi, spalancati, incastonati su una carnagione verdastra e liscia eppure dall’apparenza vellutata. Un volto regolare, simile al suo in tutto tranne che nei colori, era incorniciato da capelli di un verde lucente che ricadevano in morbide ciocche ondulate intorno alle gote, sulle spalle, per poi trasformarsi quasi impercettibilmente in contorti rami di edera che si avviluppavano intorno al corpo, come una veste vegetale. Mosse il capo, da un lato e poi dall’altro: la figura riflessa seguiva esattamente i suoi movimenti. “Sono io…” riconobbe “…eppure non sono io”. Confusa nel vedere le proprie sembianze così mutate, non riusciva a smettere di fissare l’immagine nell’acqua che ricambiava il suo sguardo curioso e indagatore. Nemmeno si accorse del leggero frusciare che si faceva sempre più nitido, finché non apparve accanto al suo volto, un secondo viso.
Adele si voltò di scatto per osservare meglio il volto che le era apparso accanto nel riflesso della sorgente.
Ciò che si trovò di fronte la lasciò per alcuni istanti senza fiato. Il suo sguardo fu catturato da due occhi di un blu così intenso da far temere di poterci cadere dentro. Erano grandi e luminosi, circondati da ciglia nere e folte e sormontati da due archi anch’essi neri e sottili. Le iridi erano blu cobalto, dai riflessi opalescenti, bordate da una sottile linea nera che dava l’impressione che fossero più profonde del normale e penetranti come proiettili. Quegli occhi erano incastonati in un viso così bello che per un attimo Edera stentò a credere che potesse essere vivo. I lineamenti sembravano scolpiti nell’alabastro, le labbra rosse e arcuate in un lieve sorriso e le gote leggermente rosate facevano somigliare la ragazzina che aveva di fronte ad una bambola di porcellana. Ad incorniciare quel viso piccolo e perfetto capelli neri come la notte e lucenti come seta, corti a lasciare completamente nudo il collo sottile e le spalle delicate. Il corpo snello era vestito di un abitino blu che le arrivava fin sotto le ginocchia e le lasciava nude le braccia e parte della scollatura. Non calzava scarpe ma nonostante questo i piccoli piedi erano perfetti come se non avessero mai toccato il terreno.
La ragazza stava in piedi davanti ad Edera, il ginocchio destro leggermente piegato in modo che il piede assumesse una posizione che con il tallone sporto verso l’esterno e le mani intrecciate dietro la schiena. Eppure, nonostante il viso dai tratti gentile, il dolce sorriso e la posa graziosa da bambolina, quegli occhi la fissavano insistentemente come se volessero strapparle con la forza la sua vera essenza e ben presto Adele iniziò a sentirsi a disagio sotto quello sguardo indagatore. Avrebbe voluto dire o fare qualcosa per smuovere quella situazione, ma era ancora indecisa se quella che aveva di fronte fosse una statua o una creatura vivente. E fu solo quando la giovane si mosse verso di lei che la verde creatura ebbe la certezza che si trattava di un essere vivente.
- Ciao – si sentì dire con una voce sottile, ma di un tono più alto di quanto si potesse immaginare possa venire da un corpicino così esile – io mi chiamo Lenore. E tu chi sei? – per un attimo Adele pensò a cosa dirle come se la risposta a quella domanda non fosse così scontata come ci si potesse aspettare, ma la giovane non le diede il tempo di rispondere – Cosa ci fai qui? Sei caduta? Da dove vieni? Io vengo dalle colline, vivo sotto un grande salice vicino a dove passa un bel ruscello. Se vuoi ti ci accompagno, mi farebbe piacere –
Gli occhi di ghiaccio osservarono per alcuni istanti la giovane dapprima incuriositi poi leggermente turbati. La ragazzina aveva parlato a raffica, come se quelle parole, contrariamente al loro contenuto, volessero mettere quanta più distanza possibile tra se stessa e la sua interlocutrice.
- E-dè-ra - rispose infine; la sua voce dalle vibrazioni quasi metalliche, era tuttavia vellutata e morbida all’udito.
- Eh?!? - chiese Lenore piegando leggermente il capo sulla spalla destra con fare da bimba.
- Edera… - mormorò quest’ultima mentre gli occhi osservavano ora la sua pelle ricoperta dal verde rampicante.
- E’ un piacere conoscerti, Edera. Sei qui da tanto? Non ti ho mai vista qui, prima di oggi. Sai, io passo spesso da queste parti. Mi fermo qui, in questo boschetto quando sono stanca e ho voglia di riposare e bere un po’ di acqua fresca. Io trovo che questo sia il luogo ideale per riposarsi: c’è pace, silenzio e poi l’acqua è splendida. Tu non trovi? Oggi, poi non ho potuto non uscire per godermi questo splendido cielo. È così limpido e terso che non sono proprio riuscita a resistere al suo richiamo. Dovevo immergermi completamente, assorbirlo tutto e lasciarmi perdere in esso. Ma poi, ho sentito che ero davvero troppo stanca e quando ho visto il mio boschetto non ho potuto non fermarmi. Inoltre trovo che oggi il bosco sembri più verde del solito quasi volesse rivaleggiare nella luminosità del colore con il cielo. Bè, poi ho osservato tra le fronde alla ricerca della piccola sorgente dove fermarmi per bere alcuni sorsi d’acqua, ma quando finalmente l’ho trovata ho visto che era circondata da una strana pianta che sembrava volersi gettare completamente in essa. Non avevo mai visto una cosa simile e non potevo credere che una pianta fosse cresciuta divenendo tanto rigogliosa nel poco tempo dalla mia ultima visita. Ma poi mi sono detta “E perché non avrebbe potuto essere così?! Dopotutto quante cose strane ho visto accadere in tutta la mia vita?!” Così ho planato e sono scesa fin qui per vedere di che si trattasse e… ho trovato te -
Edera era rimasta muta. Come potessero uscire tante parole così tanto in fretta da quella creatura apparentemente così delicata era un mistero per lei. Lenore la guardava con l’aria di chi si aspetta che la persona che ha di fronte parli a sua volta, ma Edera la guardava confusa con gli occhi sbarrati come se non capisse che cosa dovesse fare. Dopo alcuni istanti sentì di dover dire qualcosa: ricordava alcuni dei dettagli del frenetico racconto, ma erano soltanto alcune parole che tuttavia, per qualche strano motivo, continuavano a ripetersi come un’eco nella sua mente.
- Sorgente – ripeté – Verde - tacque tornando a fissare l’edera abbarbicata sul suo corpo – Edera -
- Sì, certo: tu. - rispose la ragazza dai capelli lucenti senza scomporsi nonostante il discorso sconclusionato e apparentemente insensato, e, anzi, continuando a sorridere.
- Sono io.. Edera - fece eco la voce della verde ragazza. – Lenore! - esclamò d’un tratto spostando lo sguardo sugli occhi blu che la fissavano – Tu: Lenore -
- Sì, io sono Lenore. E tu sei Edera -
- Tu… planato… Tu… scesa…? - ora nel suo sguardo si poteva chiaramente leggere una sorta di curiosità mista a stupore che non sfuggì alla fanciulla che aveva di fronte.
- Sì… Naturalmente: dal cielo -
Edera appariva confusa – cielo? – guardò in alto per poi assumere un’espressione interrogativa aggrottando le sopracciglia – come? –
- Oh, è facile, basta volare e poi atterrare –
- Volare…– pronunciando quelle parole un lieve sorriso accennò a comparire sul suo volto.
- Certo – Lenore parlava come se quella fosse la cosa più ovvia del mondo, ma capì che Edera non afferrava quello che stava dicendo così pensò che fosse il caso di essere completamente esplicita.
La giovane dai capelli corvini, fece un quarto di giro su se stessa verso sinistra mostrandole così il fianco destro e solo allora Edera notò una strana mantellina appoggiata sulle spalle… anzi no, attaccata alle scapole di Lenore. Era fatta di uno strano tessuto opalescente che non riuscì a definire, dello stesso colore blu cobalto degli occhi della ragazza e il bordo era nero proprio come le sue iridi. Sembrava anche avere una strana consistenza, come se fosse rigido e poi… si muoveva. Non come si muove un tessuto mosso dal vento, si stava letteralmente aprendo come un ventaglio con un unico movimento controllato e misurato. Si apriva sempre di più fino a quando quella strana mantella fu totalmente tesa ed Edera poté vedere che non era una mantella ma due, anzi quattro, anzi non era nemmeno una mantella, ma due paia di ali di farfalla. Erano davvero ali di farfalla che la ragazzina di fronte a lei muoveva secondo il suo comando. Così grandi che in altezza la superavano di ben venti centimetri, mentre verso il basso le arrivavano fino a metà coscia. In ampiezza, invece, erano larghe come le sue braccia distese, glielo mostrò lei stessa mentre la giovane faceva una piroetta su se stessa per mostrarsi completamente alla sua interlocutrice.
- Ora capisci come faccio a volare? –
Inutile dire che Edera capiva, capiva perfettamente ciò che si palesava davanti ai suoi occhi: capiva in che modo la sua nuova conoscenza potesse volare, e anche se non le era chiaro come, in quel momento non sembrava rappresentare un problema per lei. Era in un sogno dopotutto, e nei sogni tutto è possibile.
- Ali.. - la voce della ragazza-rampicante era quasi un sussurro nel respiro della foresta. I suoi occhi fissavano spalancati il meraviglioso ventaglio blu sulla schiena della fanciulla, che si muoveva con estrema delicatezza fendendo l’aria e producendo un dolce venticello che sfiorava la sua pelle. Uno sguardo indecifrabile si dipinse sul suo volto dalla carnagione pallida e liscia: uno sguardo di stupore, meraviglia, e brama, ma allo stesso tempo colmo di incertezza e diffidenza. Se un lato di lei bruciava dal desiderio di toccare quella creatura così bella e perfetta, l’altro lato temeva la possibilità di quel contatto, come se avesse in qualche modo il potere di farle del male, come se potesse rappresentare un pericolo, come se fosse sbagliato.
- Sono belle, vero? - Lenore fece una piroetta per mostrarsi in tutta la sua grazia, essendosi resa conto della particolare attrazione che le sue ali avevano destato nella sconosciuta – Lo so, sono davvero splendide.. piacciono molto anche a me, sai? - con un’espressione di estrema soddisfazione si mosse verso lo specchio d’acqua per rimirare meglio la sua immagine riflessa.
Fu allora che Edera, che fino a quel momento era rimasta immobile, cominciò a strisciare lentamente nella direzione opposta a quella della ragazza-farfalla, lo sguardo fisso su di lei, diffidente, si allontanava centimetro dopo centimetro “Fuggi.. fuggi finché sei in tempo… fuggi!”.
-Ehi tu!- quel richiamo nel silenzio la immobilizzò – Dove stai andando? - lo sguardo della fanciulla era sorridente, quasi lucente – Dimmi dove stai andando, su! Voglio sapere dove sei diretta, così potrò venire con te! Non hai idea di quanto mi piacerebbe accompagnarti! E poi io conosco un sacco di posti, sai? Posti splendidi! e potremmo andarci insieme! - si interruppe scrutando per un attimo dubbiosa gli occhi color del ghiaccio che non smettevano di fissarla – Oh! Questa poi! .. non dirmi che hai paura di me! - si avvicinò di un passo sfoderando il sorriso più dolce che Edera potesse ricordare di aver mai visto – Non aver paura: mica ti mangio! -
Aveva davvero paura? Forse sì, ma paura di che cosa? Non di Lenore, no, ma di qualcos’altro, forse. “Fuggi.. ora o mai più!” diceva una voce nella sua testa, ma il suo corpo non si muoveva: era come paralizzato, diviso tra il desiderio di restare e quello di scappare. Si guardò intorno, cercando qualcosa che potesse darle la forza di spostarsi, ma il suo sguardo fu calamitato dal blu intenso delle enormi ali. – Ali… - ripeté.
Un fruscio lento seguì il suono metallico della sua voce, come se lo volesse continuare: un bisbiglio di fronde, ma non c’era un alito di vento.
- Ahi! - esclamò Lenore ritraendosi indispettita, gli occhi fiammeggianti di disappunto. In un istante, con un guizzo incredibilmente rapido degno di una vivacissima serpe, un ramo del rampicante che avvolgeva Edera si era avventato su di lei avvinghiandosi con forza alla sua caviglia. – Lasciami! Lasciami andare perfida erbaccia! - strillò divincolandosi, mentre la pianta stringeva sempre di più la sua morsa. – aiutami Edera, fa qualcosa! mi fa male! - ma la creatura silvana non si muoveva; immobile osservava la scena mentre sul suo viso si alternava un’espressione spaventata e attonita, ad un sorriso indecifrabile e per alcuni versi sconcertante. Piacere? Divertimento? Beffa? Difficile a dirsi. “È così bella.. è bella ed è mia… Ma soffre.. io non voglio che senta dolore! No!… ma … è …mia…”
Lenore si dibatteva nel tentativo di liberarsi, ma l’edera non accennava a lasciarla andare, tutt’altro, e ormai il piede della ragazza era diventato livido e lei ne aveva totalmente perso la sensibilità – Aiutami, mi fa male! – piagnucolava ora la ragazza - Mi staccherà il piede! Ti prego: aiutami! - gridava ora con voce rotta dal pianto, dal dolore e dalla paura. Lentamente Edera si mosse trascinando il suo corpo con estrema fatica sull’erba fresca finché raggiunse la fanciulla disperata; in un ultimo sforzo addentò il ramo che imprigionava la caviglia: morse come mai aveva fatto in vita sua. Non accadde nulla.
Improvvisamente Lenore parve ricordare qualcosa ed estrasse un paio di enormi forbici da giardiniere “E io che pensavo che fossero un oggetto del tutto inutile” sorrise tra sé e con un netto e preciso “zak” recise la pianta. Il ramo cedette immediatamente sotto la lama e con un suono simile ad un sibilo cadde a terra, seccandosi immediatamente, mentre l’altro pezzo continuò per qualche istante a muoversi convulsamente colando un liquido verde.
Lenore se ne stava seduta a terra massaggiando la caviglia il cui rossore si stava rapidamente mutando in ematoma e il piede per agevolare il flusso di sangue. La ragazzina mugugnava ancora per il dolore e lo spavento.
Edera tentò di avvicinarsi a lei per assicurarsi che stesse bene, ma appena la farfalla notò il movimento della pianta si ritrasse in fretta con uno sguardo che era un misto di terrore, odio e ribrezzo – non mi toccare – strillò la ragazzina, mentre quegli occhi colpirono l’animo di Edera come una mannaia poteva abbattersi su un fusto.
La creatura arborea rimase completamente paralizzata dalla sua reazione, ma si sentiva in colpa per quanto accaduto alla farfalla e cercò di avvicinarla di nuovo per rassicurarla. Ma stavolta Lenore mosse le sue ali con colpi delicati, ma decisi e si alzò in volo. La ragazza andò a posarsi su uno dei rami più bassi degli alberi che circondavano la fonte. In quel momento Lenore era combattuta tra il desiderio di fuggire da quella creatura che l’aveva così crudelmente ferita e il desiderio inspiegabile di restare ad osservarla, colta da una curiosità che non le capitava da così tanto tempo da non ricordarne l’ultima occasione.
Edera, sotto di lei, la osservava con sguardo implorante – No male… Edera… aiuta –
Ma Lenore non diede segno di voler lasciare quel ramo su cui era appoggiata senza nemmeno la necessità di tenersi – sta lontana da me razza di… qualunque cosa tu sia. Credevo fossi una creatura buona ma sei crudele. Anche tu vuoi farmi del male, come tutti – Edera non riusciva a comprendere quelle parole: come poteva solo pensare che lei volesse davvero fare del male a qualcuno? Una terribile quanto sconosciuta sensazione di dolore si impadronì della creatura che iniziò a raccogliersi in se stessa, come se volessi farsi sempre più piccola. Ma la giovane farfalla non si lasciò impietosire – come ho potuto pensare che tu fossi buona? sei così orrenda, sei una creatura disgustosa. Io non voglio mai più avere a che fare con te – Eppure, nonostante le sue parole, Lenore non accennava a voler lasciare il ramo. Avrebbe potuto andarsene e lasciare Edera alla sua sofferenza, ma la reazione della pianta incuriosiva molto la farfalla e decise di rimanere e proseguire nel suo attacco scoprendo un sottile e agrodolce piacere in quello che stava facendo – Ma non vedi quanto sei orrenda? Se fossi in te io me ne starei nascosta e non mi farei vedere da nessuno. Fortuna che non sono costretta a rimanere qui con te, perché non ho proprio niente di cui vergognarmi, io. Anzi, dovrei proprio andarmene da questo posto. Io merito di stare con creature bellissime e libere, non sono certo una cosa strisciante e orrenda come te, io – mentre parlava il tono della farfalla si era fatto giocoso, non era più arrabbiata, né provava nessuna forma di odio e reale ribrezzo. Quello che diceva era solo una serie di parole messe insieme per il puro piacere di vedere la creatura sotto di sé contorcersi per trovare riparo da quelle pioggia di crudeltà che la farfalla le faceva cadere addosso. In realtà Lenore aveva già perfino dimenticato il motivo per cui stesse insultando Edera e non le interessava più. L’unica cosa che le interessava era il sadico piacere di vedere quella che aveva chiamato amica contorcersi di dolore.
Ferma, come paralizzata nel suo bozzolo di rampicanti aggrovigliati, la verde creatura non smetteva di guardare la fanciulla sul ramo, gli occhi dalle iridi quasi trasparenti spalancati su quel volto così perfetto. Come poteva un essere tanto bello da sembrare irreale provocare in lei una sensazione così orribilmente straziante? Edera non capiva. La sua mente, ancora scossa, non trovava una spiegazione all’incidente appena avvenuto. “Non sono stata io!” il suo corpo si contorse, mentre i rami che la avvolgevano, inspiegabilmente, si stringevano attorno a lei fino a farle male “Io non volevo che soffrisse! ..è colpa di questa mia prigione che agisce per conto proprio! ..io non c’entro!”.
Il ramo reciso dalle forbici giaceva a terra come morto, da esso continuava incessantemente a colare il fluido verde che ora aveva creato una pozza a pochi passi da lei. Debolmente si mosse, trascinandosi sul terreno umido, e raggiunse il tralcio mozzato, lo afferrò coi denti e lo fece scorrere all’interno della bocca, succhiandone il liquido.
- Che cosa stai facendo?! - sbottò la farfalla vedendo quella scena così triviale – Mi fai senso! Ti muovi come un serpente, e mangi rami tagliati! Che schifo! Allontanati! - la sensazione di disgusto che l’aveva spinta a rincarare la dose di improperi svanì nel momento in cui Edera volse lo sguardo verso di lei, l’esile fusto che penzolava dal lato del suo labbro. Lenore ammutolì per un istante, trapassata dagli occhi di ghiaccio: era rabbia? O paura? O forse qualcos’altro? Impossibile per lei darsi una risposta, ma una scheggia di gelo impalpabile l’aveva trafitta.
Linfa: ecco che cos’era quel sapore antico, fresco sulla lingua, che scendeva nella gola e riempiva le sue vene, come sangue; vitale e inebriante. Se ne ubriacava e non riusciva a smettere di berne, finché il gambo non le cadde di bocca, finendo a terra, cauterizzato.
Una nuova forza nacque in lei, inondando il suo corpo, rendendola ebbra di quella nuova vita che scorreva ora sotto la sua pelle. Avidamente si leccò le labbra, ora di un verde più acceso e vibrante, e si mosse, dapprima lentamente, sentendo aumentare di secondo in secondo il vigore dei suoi muscoli.
- Stai ferma! Mostro! - urlò Lenore con sguardo terrorizzato, colma di paura vedendo che le sue parole avevano sortito un effetto del tutto inaspettato.
Edera strisciò con una velocità che la stupì, sinuosa e rapida raggiunse le radici dell’albero su cui la farfalla si era posata e cominciò ad arrampicarsi, scoprendo con sorpresa quanto per lei fosse facile, quasi naturale, salire su quella superficie ruvida. Centimetro dopo centimetro, palmo dopo palmo si faceva sempre più vicina alla farfalla, rimasta immobile sul ramo: atterrita dal cambiamento avvenuto sotto i suoi occhi increduli, era rimasta bloccata su quel ramo, senza riuscire a muovere un muscolo.
Le due creature ora si trovavano faccia a faccia. Lenore avrebbe voluto volare via, ma inspiegabilmente qualcosa le impediva di andarsene: la paura l’aveva sopraffatta, ed era ormai pronta a subire ogni genere di vendetta. Chiuse gli occhi, in un ultimo tentativo di difendersi.
- Tu.. Lenore… - fu un bisbiglio, ma, per quanto fosse flebile, raggiunse le orecchie della farfalla, che aprì gli occhi, stupita dalla naturale dolcezza di quel suono metallico, freddo eppure allo stesso tempo caldo. Sbatté le palpebre una, due volte, come se non potesse credere che quella voce appartenesse a colei che l’aveva emessa. – N-no .. Non ti avvicinare! - gridò, rendendosi improvvisamente conto di quanto ormai fossero vicine.
“Non volevo farti del male… Non voglio farti del male…” ma le parole non uscivano dalla sua gola “Resta…” e l’edera attorno a lei prese a stringersi intorno al suo stesso collo, sempre di più, soffocandole il respiro, mentre i suoni si attutivano e le immagini si sfocavano davanti ai suoi occhi.
La vista di Edera ormai sull’orlo del soffocamento turbava Lenore più di quanto volesse ammettere. Vedere quella creatura fare del male a se stessa suscitava in lei uno strana emozione, qualcosa di doloroso e scomodo, come se fosse seduta su una poltrona le cui molle la pungevano ovunque. Che cosa poteva essere? Disgusto? Il volto gonfio e ormai livido di Edera e i suoi occhi che la fissavano pieni di spavento la atterrivano. Forse era dispiacere? Possibile? Lenore era dispiaciuta che Edera si stesse facendo del male? In fondo non le importava nulla di lei, non le importava nulla di niente e di nessuno. Che cosa aveva a che spartire con quella creatura conosciuta da poco? Perché avrebbe dovuto dispiacerle? Forse perché… era colpa sua? Possibile?! Era senso di colpa quello che strozzava Lenore come i tralci di rampicante strozzavano Edera?
- No, no. Non è così – disse più a se stessa che all’altra scuotendo forte la testa – smettila, non guardarmi così – aveva distolto lo sguardo, ma gli occhi di Edera erano nella sua testa - Non me ne importa niente se crepi. Lo hai voluto tu, è stata una tua decisione. Sono i tuoi rami, non è colpa mia –
Edera sembrò riacquistare un pallido scorcio di lucidità alle parole della farfalla e fu quel battito di ciglia di energia che le bastò per abbassare gli occhi a guardare un oggetto che era ancora a terra. Le forbici.
Lenore guardò nella sua stessa direzione e capì al volo. “Forse con quelle posso liberarla” guardò ancora una volta il volto ormai esanime della creatura: non respirava nemmeno più.
La farfalla si lasciò scivolare giù dal ramo e in un attimo fu a terra, raccolse le forbici e con pochi battiti di ali fu di nuovo accanto ad Edera abbarbicata sul ramo ed iniziò a tagliare i rami. Inizialmente titubante, incerta su come muoversi, provò a tagliare il ramo più grosso che vide e quando fu reciso vide che la pianta aveva dato dei lievi sussulti. Vedendo che la sua azione dava una risposta da parte della creatura iniziò a tagliare a caso. Tagliava ogni ramo che a sua impressione sembrava essere collegato al collo di Edera, tagliava furiosamente, tutto quello che le capitava per le mani fino a che alcuni di quei rami che aveva appena reciso le afferrarono i polsi e la bloccarono. Memore della brutta avventura di poco prima Lenore lanciò uno strillo di terrore temendo che la pianta volesse terminare il lavoro rimasto in sospeso e si dimenò per liberarsi dai rami: tirava e strattonava i tralci in preda al panico, ma senza ottenere nulla. Non si rese nemmeno conto che le forbici le erano cadute e quando si ricordò di esse e pensò che avrebbe potuto usarle per liberarsi le vide a terra, troppo lontane per afferrarle e allora la disperazione ebbe il sopravvento. Lenore si arrese e si lasciò andare in un pianto dirotto. Seduta sul ramo, con i polsi bloccati davanti a sé, la farfalla si piegò su se stessa ed iniziò a piangere disperata. Pianse a lungo lasciando che i sussulti la scuotessero e che le grida si liberassero fino a che iniziò a chiedersi perché la pianta ci impiegasse tanto a finire di stritolarla. Allora alzò il viso per cercare di capire che cosa stesse accadendo e quello che vide fu il volto di Edera che la guardava con espressione tranquilla e un lieve sorriso sulle labbra.
La prima reazione di Lenore fu sorpresa, ma subito interpretò quel sorriso come scherno e pensò che la pianta si stesse prendendo gioco di lei – ti diverti? Ti faccio ridere, è così? – ma Edera non disse nulla, continuava a guardarla con una serenità che presto contagiò anche la farfalla che si tranquillizzò subito.
Ancora intrappolata dai rami Lenore cercò di nuovo di liberarsi, ma stavolta con calma, sfilando delicatamente i polsi dalle spire dell’arbusto, e scoprì che la pianta non faceva alcuna pressione su di lei permettendole di sfilarsi di dosso i rami senza alcuna fatica. Se solo avesse provato prima a liberarsi in quel modo anziché insistere nel tirare e strattonare.
Quando Lenore fu libera iniziò a massaggiarsi i polsi e a mugugnare come una bambina che ha capito di aver sbagliato, ma non vuole ammetterlo e si fa scudo col proprio dolore.
Allora Edera le si fece più vicina, ma stavolta la farfalla non si ritrasse, non alzò nemmeno lo sguardo, intenzionata a tenerle il muso almeno per un po’, ma la pianta non voleva che lei parlasse. Doveva dirle una cosa lei: - Grazie -
Era stato un debole sussurro, quasi come il frusciare di foglie al vento, eppure forte, come un grido nel silenzio. Libera. Il rampicante, che fino a poco prima imprigionava Edera come un bozzolo stretto intorno a lei, era stato reciso in più punti e ora la lasciava scoperta quasi del tutto. Finalmente poteva sentire l’aria fresca accarezzarle le lunghe braccia e le mani, la sua pelle ora assorbiva i tenui raggi del sole che le sfioravano il ventre sinuoso, le gambe snelle e i piedi: tutto il suo corpo ora poteva respirare come mai aveva fatto.
Sollevò un dito, osservandolo quasi stupita di essere ancora in grado di compiere quel semplice movimento che credeva di aver dimenticato. Lo portò alla bocca cercando di assaporare il nuovo gusto di se stessa: erba fresca e umida.
Un lungo sospiro intriso di ammirazione distrasse la ragazza-rampicante dai suoi pensieri: Lenore reggeva nelle mani i rami tagliati che grondavano linfa, sul volto un’espressione che era al contempo disgustata ed incuriosita – Guarda… i rami… è come sangue verde – poi alzò di scatto la testa come se si fosse appena resa conto di una sconcertante verità – si sta sporcando tutto il mio vestito. Cosa faccio, adesso? Sono tutta sporca di questa roba - Si lamentava con un tono petulante che presto divenne apprensione. Vedendo i rami recisi di Edera ben presto Lenore pensò che quel liquido verde doveva essere come sangue per lei e pensò che dovesse soffrire molto per le mutilazioni infertele.
Edera rimase per qualche istante a fissare l’espressione della farfalla, il dito ancora in bocca – Edera… - disse togliendo con un guizzo rapidissimo i rami dalle mani di Lenore, e se li cacciò tra i denti, succhiandoli avidamente.
- Hey, che razza di maniere! - sbottò Lenore indispettita – Potevi anche chiederli per favore e non essere così maleducata!... - ma subito il disappunto si trasformò in morbosa curiosità. Guardava i movimenti della pianta con occhi che parevano volerla ingoiare. Nonostante la concentrazione che stava mettendo nella sua operazione di quella che era una sorta di cauterizzazione delle sue ferite, Edera scorse rapidamente lo sguardo di Lenore che subito si sentì come colta in fallo. A disagio per essere stata sorpresa ad osservarla con tale avida curiosità pensò di vendicarsi con una battuta tagliente - mi sembri un animale selvatico! - esclamò voltandosi con disprezzo, ma senza tuttavia allontanarsi, e continuando ad osservarla con la coda dell’occhio. Per tutta risposta ricevette uno sguardo colpevole e furtivo da colei che nonostante il rimprovero non accennò a interrompere l’operazione prima che i tralci cadessero dalle sue labbra, guariti.
Solo quando Edera apparve di nuovo serena e… guarita Lenore tornò a voltarsi completamente.
– Adesso sei libera da quei rami che ti impicciavano i movimenti. Sei contenta, vero? Così possiamo andarcene a spasso insieme: ti farò vedere tutti i posti più belli dove sono stata e magari ne scopriremo qualcuno di nuovo insieme, che ne dici? Sarà divertente, non ho mai avuto un’amica da quando sono qui e sarà bello avere un po’ di compagnia. Oh, non che io mi sia mai sentita sola, però, per una volta potrò chiacchierare con qualcuno che può rispondermi. Sai, i fiori e le nuvole sono ottimi ascoltatori, ma a volte farebbe piacere che qualcuno rispondesse, non sei d’accordo? Magari vi presenterò uno di questi giorni,non subito, però perché prima devo assicurarmi che tu sia una persona a posto, che non farai loro del male. Sai, i miei amici sono molto timidi e fanno bene ad esserlo perché è così facile far loro del male perciò preferiscono starsene buoni e non dare fastidio a nessuno, ma sono sicura che tu andrai loro a genio da subito, anche se, guardandoti bene, non ti posso mica portare conciata così. Onnò, il tuo vestito lascia parecchio a desiderare, hai bisogno di una sistematina - commentò studiando come il rampicante era disposto sul verde corpo. Edera la fissò interrogativa, poi si guardò per un istante e cercò goffamente di aggiustare alla bell’e meglio i pochi ma folti rami che la ricoprivano – Aspetta, lascia stare, lascia fare a me. Ecco guarda, ci penso io… -
Senza alcun indugio la farfalla si avvicinò ad Edera e con attenzione e un fare da grande esperta di moda sistemò i rami in modo che assumessero quasi l’aspetto di un abito. I rami si intrecciavano sul piccolo seno, girando poi dietro la schiena in un incrocio che lasciava libere le spalle, il ventre scoperto; i tralci si infittivano sotto l’ombelico e discendevano sulle gambe come calzoni attillati, diradandosi fino a raggiungere il ginocchio, dove terminavano confondendosi con la pelle.
Edera era stupita di quell’avvicinamento simile ad un interessamento sincero, era rimasta immobile osservando quasi ipnotizzata quelle piccole mani perfette eseguire gesti precisi e veloci. Non si sarebbe mai aspettata che dopo quello che era successo la farfalla si sarebbe avvicinata senza alcuna remora a colei che le aveva fatto così tanto male, e i polsi e la caviglia lividi ne erano una testimonianza evidente. Tuttavia Lenore sembrava essere totalmente dimentica di quanto accaduto solo poco temo prima e lavorava con cura alla sistemazione dei rami.
– Ecco fatto! – esordì appena ebbe terminato - Ora stai decisamente meglio! - la ragazza-farfalla era soddisfatta del proprio operato, quasi orgogliosa della sua bravura – Adesso sei la più bella delle piante - aggiunse con un sorriso compiaciuto.
Edera osservò il suo nuovo aspetto: si riconosceva in esso, tuttavia era confusa, disorientata da quel gesto inaspettato che non riusciva ad interpretare. Non seppe fare altro che rivolgere a Lenore uno sguardo dubbioso, incerta se dover dire qualcosa o se tacere.
- Beh, cos’è quella faccia? Non ti piace come ti ho sistemata? Volevi che fosse sistemato in modo diverso? Beh, sai una cosa, potevi arrangiarti, allora. Io volevo solo fare una cosa gentile e tu mi guardi come se ti avessi deturpata, sei proprio una bella ingrata. Tanta fatica per niente. E poi chi ti credi di essere? Non è che si potesse fare tanto per abbellirti, scusa tanto, ma se sei brutta di tuo io non ho la bacchetta magica – così dicendo Lenore tornò a sedersi sul grosso ramo della quercia a braccia conserte e imbronciata – Non mi hai nemmeno ringraziata! E io che mi sono presa così tanta pena per migliorarti! Sei un’ingrata, ecco cosa sei! - esclamò voltandole le spalle con sdegno.
- Le… no…re - fu un richiamo lieve.
- Lasciami in pace, non voglio mai più avere niente a che fare con te - rispose la farfalla piccata senza voltarsi. Un tocco freddo e umido le sfiorò una mano e la fece girare di scatto, lo sguardo attonito mentre cercava le parole per esprimere la sua sorpresa: un contatto nuovo, insolito, e stranamente piacevole.
Edera la osservava, sorridendo in un muto ringraziamento. Tra le mani reggeva una coroncina costruita intrecciando i rami precedentemente recisi: non era un oggetto di pregio, ma aveva in sé una grazia particolare.
– Lenore - pronunciò porgendole l’ornamento.
La ragazza l’osservò titubante – Questo… è per me? - chiese poi con riluttanza.
Edera fece un lieve cenno col capo mentre allungava la coroncina verso la farfalla. Questa si sporse leggermente per osservarla meglio e non poté trattenere un risolino di felicità quando decise che la trovava davvero bella. Benché recisi i rami conservavano ancora lo splendore e la lucentezza tipica delle foglie di edera. Tre rami sottili e flessibili erano intrecciati tra di loro a formare una fascia quasi perfettamente omogenea di foglie che erano state sistemate in modo che queste volgessero la faccia superiore verso l’esterno. Era un oggetto fatto con estrema cura e lo sguardo speranzoso della pianta che glielo porgeva fece sì che Lenore accettasse quel dono con sincero entusiasmo. La farfalla si adagiò la coroncina sulla testa ed iniziò a saltellare e fare piccole giravolte su se stessa come se stesse danzando – guardatemi, sono la principessa delle farfalle, sono la più bella di tutte – canticchiava danzando e ridendo come una bimbetta – dopo alcuni passetti di danza appena accennati la farfalla si lasciò cadere dal ramo e un attimo prima di toccare terra si alzò in volo riprendendo la danza in una sala da ballo inesistente ed incorporea. Ballava sull’aria che la circondava, faceva piroette e volteggi e, nonostante più volte avesse pericolosamente sfiorato i rami che a quell’altezza erano molto fitti, riusciva sempre a schivarli prima che questi arrivassero a toccarla.
Edera la guardava sorpresa, smarrita, divertita.
Come poteva una sola creatura esprimere tante emozioni così diverse e contrastanti tra di loro e farle sembrare tutte così leggere e semplici? In quei pochi attimi in cui si erano incontrate le sembrava di aver conosciuto non una, ma almeno cinque persone differenti: Lenore curiosa e allegra, Lenore sadica e crudele, Lenore terrorizzata di uno spavento che era puro terrore, Lenore sinceramente dispiaciuta e preoccupata e ora questa: vanitosa e leggera come una bambina.
La guardava divertita mentre questa finalmente stanca di volteggiare era tornata sul ramo accanto a lei e ora la tirava per un braccio per convincerla a staccarsi di lì ed andare via – Dai, andiamocene da qua, andiamo a fare una passeggiata. Voglio far vedere a tutti la mia nuova coroncina –
Edera la fissava, gli occhi di un biancore siderale, con uno sguardo incerto che tradiva una sorta di diffidenza da parte sua, come se la parola “passeggiata” avesse uno strano significato a lei sconosciuto. Sbatté le palpebre come per guardare meglio davanti a sé, mentre Lenore la strattonava tutta eccitata. La corona di edera le stava a pennello, rendendola, se possibile ancora più bella di quanto già fosse, tanto da sembrare una creatura fatata. Immediatamente però si riscosse, ricordandosi come poco prima fosse timorosa, e riprese ad opporsi alla forza della farfalla che imperterrita cercava di smuoverla dalla sua posizione.
- Su, dai! - la esortava – muoviti! Voglio andarmene di qui e fare un giro! - piagnucolava, i muscoli del viso tesi in un’espressione di immane sforzo, mentre tentava di spostarla.
Ma Edera, abbarbicata all’albero, le dita strette attorno alla corteccia ruvida, si sentiva a suo perfetto agio; riusciva a sentire il respiro della pianta e a percepirne la vitalità e l’energia delle quali partecipava in uno scambio simbiotico. Non se ne sarebbe mai andata. Fu solo per accontentare i capricci di Lenore, che decise di assecondarla e di seguirla abbandonando quel luogo che tanto le piaceva e che sentiva come la sua casa naturale.
- Finalmente ti sei convinta! - esclamò Lenore soddisfatta quando si accorse che la ragazza-rampicante aveva smesso di opporre resistenza – Scendi prima tu! - ordinò – Non vorrei mai che, non vedendoti, tu possa tornare indietro senza di me - spiegò, mentre spingeva davanti a sé la rassegnata Edera, mascherando con un moto di imperiosità quello che in realtà era un timore.
La creatura silvana era reticente a seguire l’amica in quella che sembrava dover essere una nuova avventura, ma al contempo la curiosità di conoscere i luoghi da lei descritti e il disagio che provava all’idea di rimanere sola in quel luogo, seppur familiare, tuttavia sconosciuto, erano molto forti. Ma non fu solo questo a convincerla: Lenore, con la sua molteplice personalità, la attirava come una calamita dalla quale era diventato difficile allontanarsi: per lei rappresentava un mistero affascinante e sentiva il bisogno di comprenderlo.
Discesero dalla quercia, l’una planando delicatamente al suolo, lenta e leggera come una foglia che, seccata sul ramo, al primo colpo di vento cade ondeggiando e danzando fino a raggiungere terra; l’altra percorrendo a ritroso la strada fatta per salire, rapida e scattante come un animale selvatico.
Il contatto con l’erba era estremamente piacevole: un morbido tappeto verde, umido del vapore della terra del sottobosco.
- Che meraviglia! Non sei contenta? Adesso andremo in un posto splendido. E non fare quella faccia contrita! Guarda che lo faccio per il tuo bene, cosa credi? Mica pensavi di rimanertene su quell’albero per sempre, no?! - la voce serena e eccitata della farfalla in qualche modo metteva Edera di buonumore: quell’attivismo, tipico dei bambini, suscitava in lei un sentimento di simpatia nei confronti di quella creatura chiacchierona - ...per sempre…- ripeté.
- Ma no! Che dici?! - la rimproverò Lenore – non puoi stare nello stesso posto per sempre! Non in questo mondo dove ci sono così tanti splendidi luoghi da visitare! - scosse la testa in segno di dissenso – Su, andiamo! Luoghi meravigliosi ci attendono. Non vedo l’ora che tu li veda, sai? Tu ancora non li conosci... credo… Li conosci? - domandò infine rendendosi conto di non aver mai nemmeno pensato fino a quel momento che Edera potesse esservi già stata; dopotutto non aveva la minima idea di quanto tempo la ragazza avesse trascorso nella foresta. In risposta ricevette uno sguardo smarrito, di chi non sa cosa rispondere.
- Mi sembra di capire che non ti sei mai mossa di qui - concluse senza attendere oltre – da quanto tempo sei qui? Non ti ho mai vista, eppure sembri proprio nata in questo posto, a giudicare dal tuo aspetto così… così…. Verde -
Edera abbassò lo sguardo riflettendo sulla domanda appena postale e ben presto si rese conto di non essere in grado di rispondere. “Da quanto tempo sono qui?” si domandava, ma non riusciva a ricordarlo: la prima cosa che riuscì a scovare nella sua memoria fu la sensazione di freddo sulla pelle, e poi la luce accecante del sole che squarciava un buio impenetrabile. Scosse la testa e allargò le braccia
- Ho capito... non lo sai - dedusse la farfalla – Ok, non importa, fortuna che sono passata di qui proprio io. Conosco questo mondo come il palmo della mia mano, è da tanto tempo che sono qui e ho avuto modo di esplorare ogni luogo in lungo e in largo perciò puoi stare sicura che finché sarai con me non ci perderemo mai e di certo non finiremo mai in brutti posti. Eh già perché ci sono anche quelli, purtroppo. Una volta sono finita in una palude nauseabonda piena di creature orrende e viscide ed un’altra volta sono stata in un posto così brutto e sporco, pieno di rottami e macchinari vecchi e arrugginiti… è stato là che ho trovato le forbici con cui ti ho tagliata… - un momento di silenzio e la farfalla si era bloccata – mi dispiace se ti ho tagliata, ma non sapevo cos’altro fare. Non volevo che mi facessi male e neanche che ti strozzassi da sola e comunque adesso sei libera da quei tralci, adesso possiamo passeggiare insieme, anche se io potrei volare, ma per stavolta camminerò però dovrò stare attenta a dove metto i piedi: quando sono stata in quel posto brutto e pieno di cose arrugginite non ho potuto posarmi neanche una volta…-
Quelle parole risuonavano cristalline nel silenzioso mormorio del bosco, sovrastando squillanti anche il gorgogliare sommesso dell’acqua del ruscello. Poco distante Edera taceva, e intanto nella sua mente i luoghi inospitali narrati poco prima prendevano una forma, diventando quasi veri. “E’ come una strana magia… ogni parola diventa vera, tangibile sotto i miei occhi, tanto da confondersi con la realtà” si ritrovò a pensare mentre, appiattita contro il suolo, si spostava seguendo Lenore passo dopo passo, gli occhi che non riuscivano a staccarsi dal blu intenso e profondo delle sue ali.
Seguendo il corso d’acqua, avanzavano celermente scansando rovi, scavalcando buche e piccoli fossi; con estrema naturalezza si facevano strada nel sottobosco selvaggio, dove l’erba fresca sembrava un morbido tappeto sotto di loro. La farfalla alternava momenti in cui camminava quasi sfiorando il terreno a momenti in cui era costretta a librarsi in volo al fine di evitare una zona in cui il terreno era troppo accidentato per camminarvi scalza e dove avrebbe rischiato di ferirsi. Scansava così buche insidiose, macchie di rovi troppo pericolose per le sue ali, rami bassi e fitti e, nonostante il suo incedere non fosse lineare come quello di Edera che affrontava ogni ostacolo strisciandovi intorno, dava l’impressione di conoscere il percorso a memoria e ciò contribuì a tranquillizzare la verde creatura, che, non senza incertezza e titubanza, le teneva dietro. Certo la compagnia della farfalla, creatura quantomeno insolita, in lei aveva destato emozioni contrastanti col suo comportamento apparentemente instabile, eppure in quel momento si rese conto di aver fiducia in lei.
- Su! Non rimanere indietro! - la rimproverò scherzosamente Lenore accorgendosi che colei che prima la seguiva d’appresso ora si era fermata; si voltò e sul suo viso apparve un’espressione allegra mentre osservava la ragazza-rampicante rimasta immobile a fissare un punto indefinito tra il fogliame sotto di sé.
- Cosa c’è lì di interessante? - domandò incuriosita – Fai vedere anche a me! - in un batter d’occhio fu accanto a Edera, intenta a scrutare a sua volta in mezzo alle foglie. – Ma qui non c’è niente! - esclamò delusa, rendendosi conto che non vi era in quel luogo altro che erba e pianticelle selvatiche. Con un gesto deciso le afferrò una mano e la tirò verso di sé – Su dai! Andiamo! Non stare ferma lì! - adesso il tono allegro di poco prima aveva assunto una sfumatura di apprensione. Tirava e strattonava l’amica affinché si decidesse a proseguire, ma non otteneva l’effetto sperato – Perché non ti muovi?! …Edera! - ma in riposta non ricevette nemmeno un suono - Mi senti? Rispondimi! - la sua voce si incrinò mentre il blu profondo dei suoi occhi si velò di un sottile strato acquoso. Edera non si muoveva, non accennava nemmeno a guardarla, lo sguardo fisso nello stesso punto dove non c’era nulla, come ipnotizzato da qualcosa che solo lei sembrava essere in grado di vedere.
Lenore cadde in ginocchio, le labbra increspate, contratte dal pianto che stava per irrompere nel silenzio della foresta. Lacrime limpide cominciarono a sgorgare dai suoi occhi – Sei cattiva! - strillò sperando che la durezza di quell’affermazione scuotesse Edera da quello stato di immobile torpore. Nulla accadde. La farfalla prese a singhiozzare senza tuttavia lasciar andare la mano verde, inerte nella sua; i singulti la scuotevano, e anche le ali, prima spalancate in tutta la loro maestosità, ora erano ripiegate, raggrinzite, come se esprimessero l’apprensione che Lenore provava. – Perché non rispondi?! Perché stai ferma?! - continuava a domandare, la voce rotta dalla disperazione.
Edera non la udiva, non la vedeva, non la sentiva; immobile fissava di fronte a sé, negli occhi un raggelante nulla.
Un buco nero e vuoto, dapprima solo un puntino appena visibile, si stava allargando sotto il suo corpo, lentamente, come una macchia d’olio si espande su una superficie piatta, inghiottendo ogni cosa si trovasse al suolo.
La farfalla seguitava a piangere disperatamente e non si rese conto di ciò che stava succedendo finché ad un tratto si accorse che la luce intorno a lei stava diminuendo – Ma.. che succede!? - esclamò asciugando gli occhi umidi e vedendo finalmente la grande macchia scura estendersi fin sotto i suoi piedi. Spaventata cercò di ritrarsi, ma era immobilizzata. Un’ombra di terrore la fece impallidire. Guardò Edera, totalmente immersa in quel buio lago: più di metà del suo corpo era sparita al suo interno, solamente la testa e il braccio a cui Lenore era attaccata emergevano. Emise un grido di paura e gettò un’ultima occhiata agli alberi della foresta, appena prima di esser risucchiata anche lei dall’oscurità.